Per molto tempo ho avuto bisogno di un palco

C'è chi sale su un palco per stare sopra gli altri.

Io credo di averlo fatto, per molto tempo, per riuscire a sentirmi alla loro stessa altezza.

Da ragazzo la musica era ribellione, identità, un modo per essere diverso e sentirmi speciale: c'erano le cose che ascoltavo e quelle che non avrei mai ascoltato, quello che ero e quello che non volevo essere.

Poi ho scoperto che anche la ribellione può avere i suoi conformismi, e che molti di quei confini esistono soprattutto perché abbiamo deciso di non attraversarli.

Matteo canta su un palco, illuminato di rosso e viola, davanti a un microfono decorato con rose rosse.

Oggi salgo sul palco per un motivo diverso

Non ho più bisogno della musica per sentirmi completo: la faccio perché mi piace, perché cantare mi fa stare bene, perché posso prendere qualcosa di mio e aggiungerlo a quello che stanno facendo altre persone.

Prima di salire c'è ancora tensione, poi comincia la musica e il mio colore incontra quello degli altri. Ed è quello il momento che continuo a cercare.

Non essere al centro di qualcosa, ma essere parte di qualcosa che prima non esisteva.

Nei Vocal Blue Trains (si apre in una nuova scheda) la mia è soltanto una delle tante.

Da sola ha un colore, una forma, dei limiti, ma insieme alle altre trova il proprio spazio, si incastra, a volte sostiene e altre viene sostenuta.

Nessuna voce smette di essere riconoscibile, eppure quello che nasce quando si incontrano ha una dimensione che nessuna potrebbe avere da sola.

Forse è una delle cose che amo di più della musica: non dover scegliere tra essere se stessi ed essere parte di qualcosa.

I Vocal Blue Trains cantano insieme sul palco mentre il direttore, di spalle, guida il coro.

Per anni ho ascoltato musica anche per definire chi fossi. Rock e metal erano parte di quell'identità, insieme a una discreta diffidenza verso tutto ciò che sembrava troppo popolare, troppo semplice o semplicemente appartenente a qualcun altro.

Col tempo ho cominciato a trovare curioso che proprio i generi nati dalla ribellione potessero costruire alcuni dei confini più rigidi, così ho smesso di preoccuparmi molto di dove finisse un genere e ne cominciasse un altro.

Forse non è un caso che i Savatage (si apre in una nuova scheda) siano rimasti la mia band preferita: metal, progressive, orchestrazioni sinfoniche, blues, acustica. Non ho mai avuto bisogno di decidere quale di queste cose fossero, mi bastava quello che riuscivano a farmi sentire.

Tornare nello stesso posto da persone diverse

Abbiamo fondato i Poets and Madmen (si apre in una nuova scheda) nel 2009.

Allora quel progetto significava anche fare qualcosa che sentivo diverso, salire su un palco, essere visto. Ci siamo fermati nel 2016.

Matteo canta dal vivo con i Poets and Madmen, illuminato dalle luci del palco.

Quando abbiamo deciso di ricominciare, molti anni dopo, la musica era ancora lì. Noi, fortunatamente, no.

Ci conosciamo da più di quindici anni, abbiamo suonato su palchi bellissimi e su altri che sarebbe generoso definire palchi, abbiamo viaggiato, vissuto concerti e perso capelli.

Nel frattempo abbiamo visto chiudersi storie e pezzi delle nostre vite, persone se ne sono andate e altre sono arrivate.

Oggi salire sul palco insieme non significa più quello che significava allora, e forse è questo che la musica è diventata per me: vivere qualcosa che amo insieme a persone che amo.

Matteo e un altro membro dei Poets and Madmen condividono il palco durante un concerto.